Il talento e il segreto per amare il proprio lavoro

bambine felice

Il dovere occupa la maggior parte del nostro tempo. Per questo spesso ci chiediamo come fare ad amare il proprio lavoro. Forse la risposta ha a che fare col seguire il proprio talento, o forse – come spiega Tlon – la propria vocazione.

Il lavoro è, per molti, l’attività che si svolge per vivere, per avere di che sostentarsi. Non di rado quindi diventa una occasione di frustrazione, assenza di motivazioni e vero e proprio malessere. Il modo per evitarlo, ci viene spiegato spesso, è amare il proprio lavoro. Ma come si fa? Il talento in questo senso può avere un ruolo molto importante nella scelta del compito che andremo a svolgere.
 

Per amare il proprio lavoro, scegliere secondo il talento

Amare il proprio lavoro viene vissuto, da molti, come un semplice regalo della buona sorte. “Come sei fortunato, ad amare il lavoro che fai” o a svolgere un lavoro così bello, è una frase che chi si dimostra felice del proprio impiego si sente ripetere spesso. Eppure non è una questione di fortuna. Può essere, piuttosto, una questione di talento. Inseguire quello che sappiamo fare e investire su quello che consideriamo il nostro talento può portare a fare un lavoro appagante, in cii svegliarsi la mattina per svolgerne anche le parti meno piacevoli può aiutare molto ad amare il proprio lavoro. Quando si parla di talento e lavoro, però, è importante non fermarsi all’aspetto più semplice.

Avere ad esempio un talento artistico, e svolgere un altro mestiere, non è necessariamente una sfortuna o indice di mancanza di qualità. Per amare il proprio lavoro, è utile considerare che il talento ha molte declinazioni. Talento è anche, spiega Claudia Vincinelli “il riuscire a mettere in armonia degli elementi all’interno di un contesto”, un talento essenziale a molti tipi di lavoro. Talento è quello organizzativo, ma anche possedere una particolare attitudine a svolgere compiti essenziali a lavori meno creativi. O, soprattutto, saper adattare il nostro personale talento al lavoro che facciamo, per svolgerlo nel modo migliore. Come diceva Steve Jobs: “L’unico modo per fare un ottimo lavoro, è amare quello che fai”. Bisogna poi ricordare sempre che il talento va sempre a braccetto con la determinazione, da solo non basta. Ed anche essere determinati a rendere il nostro mestiere più simile a noi e al talento che crediamo di possedere è di certo una strada per imparare ad amarlo. Così come trovarci dentro uno scopo.
 

Amare il proprio lavoro, talento o vocazione?

A proposito di scopo, occorre però tenere presente una distinzione, che hanno ben spiegato, ad esempio, Andrea Colamedici e Maura Gancitano di Tlon: quella tra talento e vocazione. Si considera, spesso, il talento, come lo scopo per il quale veniamo al mondo. Quella particolare “scintilla” che, una volta scovata, guida i passi di tutta la nostra vita. Tra cui, anche, la scelta del nostro mestiere, e l’imperativo morale che a volte ci imponiamo di amare il proprio lavoro. Nel talento cerchiamo spesso il senso profondo della nostra vita, il motivo per il quale siamo nati. Ma – sintetizzano i due filosofi nei loro libri e in un pezzo dedicato al film Soul, perfetta sintesi – in cartone animato – di questo concetto: “quello che sai fare bene – suonare il piano, fare i calcoli, giocare a calcio – non è necessariamente quello che ti farà stare bene. Che siamo sulla Terra con un motivo, e non per un motivo. E non c’è nessuna missione preassegnata che bisogna disperatamente trovare e a cui poi bisogna assolvere. C’è sì una scintilla per tutti, ma il senso della vita è altrove”. Anche amare il proprio lavoro, quindi, può essere, più che faccenda di talento, una questione di vocazione. Amare il proprio lavoro significa fare, per mestiere, non solo quello per cui siamo più portati, ma quello che sa farci stare profondamente bene.

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