Il talento di Mennea e il potere dell'abnegazione della Freccia del Sud
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bambino che corre

Il talento di Mennea e il potere dell’abnegazione

Il talento di Pietro Mennea, il più grande velocista italiano, è una storia di impegno e abnegazione. Perchè il talento – nello sport e non solo – non basta averlo, va coltivato

Lo chiamavano la freccia del sud. Il talento di Pietro Mennea è stato consegnato alla storia da un record rimasto imbattutto per decenni. Era il 12 settembre del 1979, nello stadio di Città del Messico un venticinquenne pugliese lasciava a bocca aperta i convenuti per le Universiadi. Sulla pista dei 200 metri piani faceva segnare un impressionante 19″ 72. Sarebbe rimasto a lungo l’uomo più veloce del mondo su quella distanza. Un talento? sì, ma non solo. A guardarlo non sembrava un predestinato.
 

Il talento di Pietro Mennea coltivato fin da piccolo

Pietro Paolo Mennea nasce a Barletta il 28 giugno 1952. Come nella più classica delle storie di riscatto dato dal talento, la sua è una famiglia umile. Suo padre è un sarto, la madre si occupa dei figli. Alle superiori si iscrive a ragioneria, ma è già in quegli anni che il talento di Pietro Mennea si fa notare. Partecipa agli Europei nel 1971. Non ci si aspetta, forse, però, quel che avverrà dopo: vince un bronzo nella staffetta, ma sui 200, la “sua” misura, è sesto. Eppure gli basta un anno per stupire tutti: l’anno dopo ci sono le Olimpiadi, Monaco 72, e mentre Carlos e Smith alzano al cielo il pugno guantato di nero delle Black Panthers, sui 200 Mennea è terzo.

Sarà secondo in casa sua, a Roma, agli Europei del 1974, nella staffetta e nei cento. Ed è qui che, in una corsa rimasta storica, arriva il primo oro sui duecento metri. Salterà le olimpiadi successive, e invece stupirà tutti nel 1978 in Cecoslovacchia. Ma è l’anno dopo che quel 19″72 segna, insieme al record del mondo, il mito del talento di Pietro Mennea. Vincerà anche dopo, quando tutti ormai lo chiamano la Freccia del Sud. Poi, però, decide di ritirarsi: gli preme, innanzitutto, studiare. Ci ripenserà, però, e nel 1984 a Cassino segnerà un altro record: 150 metri in 14″8. Un primato che, a oggi, nessuno ha ancora battuto.

A vederlo così, si direbbe un talento innato. E invece non era proprio così: non aveva lo strapotere fisico di altri avversari, nè il cosiddetto sacro fuoco, come dimostrerà la sua vita successiva e il fatto che si ritira tre volte (per poi ripensarci) nel corso della carriera. Eppure ci sono record che portano ancora il suo nome. Come si vince, allora? Con l’abnegazione. La metafora era la sua corsa. Il talento di Mennea era composto di una partenza lenta, che tuttavia poi raggiungeva velocità di punta impossibili da eguagliare. Partire al proprio passo per poi esplodere lasciando tutti indietro: la rappresentazione plastica del talento
 

Il talento di Mennea che corre contro il tempo

Caparbio e tignoso come nessuno. Così lo descrive il Fatto Quotidiano per celebrare i quarant’anni del suo record storico. Era più esile degli altri, ma anche leggero. “Gli altri atleti volevano battere l’’italiano’, io invece sapevo che la lotta era solo tra me stesso e il cronometro”, racconterà anni dopo. Non aveva un fisico impressionante, tanto è vero che quando si vide quell’incredibile 19″72 qualcuno ipotizzò che avesse barato tagliando la curva. In realtà le immagini confermarono che il record era stato ottenuto senza furbizie, solo con la fatica e l’impegno di un uomo che sapeva che con l’abnegazione, unita alle doti naturali, si può fare tutto. Anche battere e conservare un record di velocità, se sei nato a Barletta. Il talento di Mennea infatti ruppe prima di tutto il luogo comune che per essere velocisti leggendari si dovesse essere caraibici o afroamericani. Anche questo lo consegnò alla leggenda.
 

Il talento di Mennea anche fuori dalle piste

Le qualità di una persona, spesso non si esauriscono in quello che si considera il suo ambito. In questo caso, ad esempio, il talento di Mennea non è fatto soltanto dei suoi grandi risultati sulle piste. Pietro Mennea, morto nel 2013, aveva un talento poliedrico, che andava oltre l’ambito sportivo, e sta a dimostrare quanto fosse fatto di abnegazione e impegno. Senza di questi non avrebbe potuto, come invece ha fatto, conseguire quattro lauree. Dopo Scienze politiche, (che stava studiando nel periodo delle Universiadi, con il sostegno dell’allora ministro Aldo Moro) ottenne anche quelle in Lettere, Giurisprudenza e Scienze dell’Educazione Motoria. Dopo la vita d’atleta ne ebbe altre. Da commercialista, avvocato, professore universitario e persino Parlamentare Europeo, dal 1999 al 2004. Non solo, scrisse anche ben venti libri: cos’è questo, se non multiforme talento? Capace di mettersi anche a servizio degli altri, riconoscendo ancora una volta impegno e abnegazione: dal 20106 esiste infatti una Fondazione benefica che finanzia enti caritatevoli, scientifici, sportivi e culturali con finalità sociali: la Pietro Mennea Foundation.

 

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