Il Talento nel Talent show - TalentUS
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Il Talento nel Talent show

Il Talento nel Talent show

Perché piacciono così tanto ma non misurano il talento. 

Parlando di talento non si può evitare di pensare ad una delle forme di intrattenimento più diffuse dell’ultimo decennio: il talent show.

Basta pensare al grande successo di “Italia’s Got Talent” o ai vari talent canori, di ballo, di cucina o altro ancora.

Prendendo per un attimo in esame la struttura sulla quale si basano questi concorsi, è possibile intravedere un disegno, un’idea di talento che determina ogni passaggio e che si propone di selezionare il migliore fra i concorrenti che partecipano ad una serie di prove.

 

Gli Esperti nel Talent Show 

 

Generalmente un gruppo di esperti compone una giuria, posizionata al comando essenzialmente per chiara fama. Questi giudici honoris causa hanno generalmente un passato successo,  e vengono da una storia che li ha portati a giocare un ruolo importante nella professione che ricoprono.

Sebbene un esperto sia senza dubbio qualcuno di affidabile nell’esprimere giudizi, difficilmente si riesce ad uscire dalla retorica del “vecchio stile” con la tacita allusione al fatto che “ai miei tempi si imparava sul serio, mica come adesso…”.

Un’altra discriminante in questi talent è quella di giocarsi spesso in ambienti poco deterministici e dove la creatività, l’intuizione, l’appeal o l’X factor (quel “qualcosa” che fa primeggiare) non consente una determinazione quantitativa ma deve affidarsi a giudizi di qualità sul singolo operato.

 

Il giudizio al Talent Show 

 

Forse la parte più carente dal punto di vista del talento è il momento determinate del giudizio: spesso infatti questi spettacoli vengono guardati proprio per vedere l’attento giudice cogliere in fallo lo sprovveduto partecipante e umiliarlo pubblicamente.

Bisogna ammettere che a volte è divertente (esistono esilaranti compilation di sfuriate italo-americane di Joe Bastianich), ma il ricorso sistematico alla tecnica dello svilimento come strumento di potere prende una piega sadica e poco piacevole.

Tutto si rifà ad una misura della performance come momento di espressione del talento e, se questa fallisce ciò ce resta allo sventurato concorrente è un enorme delusione, un feedback troppo povero per essere utilizzato per migliorarsi e, nel peggiore dei casi, una pubblica umiliazione.

Sembra quasi che ad essere misurato non sia il talento, ma la capacità di rendere sotto pressione, di essere comunicativi e di piacere quanto basta anche al pubblico a casa per passare il turno: ecco perché molti dei personaggi usciti trionfanti dai talent sono velocemente scomparsi esattamente nel modo in cui erano ascesi al loro effimero successo.

Non esprimo un giudizio morale o critico sulla natura del talent show, ma semplicemente una precisazione metodologica: allo stato attuale moltissimi di questo programmi non individuano il talento ma un costrutto diverso. Chi vince i talent show è capace di creare alchimia con giudici e pubblico, è “televisivo”, sa apparire e far risaltare le sue qualità, oltre ad essere bravo in ciò che fa: uno spettacolo prodigioso con la coreografia sbagliata può essere valutato meno di uno mediocre ben orchestrato: il talento è una piccola parte.

 

La definizione di talento

 

Nel secolo scorso, molti studiosi tentarono di dare una misura oggettiva dell’intelligenza: partendo dalla Scala Binet-Simon – primo test sufficientemente affidabile – per passare William Stern che coniò famoso il termine “I.Q.” per affidare la misurazione ad un quoziente  e infine la più complessa misurazione di David Wechsler. Quest’ultima risale al 1939, data oltre la quale non è stato più prodotto nessuno di questi test poiché ci si è scontrati con un interrogativo che stava alla base delle misurazioni: cosa misurano i test di intelligenza?

La verità è che nessuno è mai riuscito a dare risposte soddisfacenti.

Ugualmente avviene per il talento oggi: nel mondo aziendale come in quello dello sport o degli show televisivi si tenta di individuare il talento e per farlo si mettono in atto una serie di procedimenti e tecniche che vengono eseguite senza essere completamente consci di cosa si stia misurando.

È come un arciere che non vede il bersaglio: possiamo essere anche molto precisi, specifici e sofisticati nelle tecniche che utilizziamo, ma se non sappiamo definire ciò che cerchiamo, questa precisione sarà inutile

 

Un nuovo modello di Talent Show

 

L’idea che questo tipo di metodologia possa essere variata è abbastanza remota, poiché le esigenze televisive sono notoriamente improntate a questo tipo di show.

Tuttavia, ho ravvisato alcuni dettagli interessanti che stanno formando un nuovo genere in rapida ascesa: L’accademy.

Possiamo notare il cambiamento se osserviamo programmi come The Voice (prima giudizio e poi accademy)  o il recente programma di Cannavaciuolo che si è spostato dal crudo esempio di Masterchef per aprire una sua accademy e selezionare un cuoco per il suo ristorante stellato. Ecco che, quando conta davvero, i concorrenti diventano studenti, i giudici insegnanti: la differenza c’è e si vede!

Le persone che frequentano questi programmi senza vincere, ne escono migliorati e valorizzati perché hanno potuto imparare dai migliori del proprio campo che si sono, in qualche modo, presi a cuore la loro carriera; una bella differenza rispetto alla situazione precedente, che poteva nel migliore dei casi formare i concorrenti ad essere più scafati, nel peggiore esporli al pubblico ludibrio.

L’interazione fra i due è ricca di feedback e il più delle volte molto più rispettosa del precedente modello.

Si può ravvisare questo tipo di metodologia nel concetto di “Zona di sviluppo prossimale” dove una figura di riferimento (nella teoria di Lev Vygotskij il genitore, in questo caso il “maestro”) aiuta il soggetto a fare qualcosa che è alla sua portata ma non ancora nelle sue possibilità.

Il maestro, benché giudichi ancora, non è l’ostacolo che i concorrenti devono superare, anzi ricopre il ruolo di facilitatore, proprio come dovrebbe fare un vero insegnante o un buon capo: spingere a dare di più accompagnando e sostenendo.

Ovviamente non manca la competizione, ma manca la tensione da palco fine a sé stessa, viene dato valore al modo in cui si fanno le cose piuttosto che alla performance singola e, ultimo ma non meno importante, è valorizzata la capacità di lavorare in team. Come dovrebbe essere in una vera classe.

Questo metodo consente ai concorrenti di esprimersi al meglio, di arricchirsi e di mostrare il proprio talento, potendo realmente investire su ciò che sono più bravi a fare.

Si ribalta il paradigma: si cerca di far fiorire nelle persone il talento al posto di cercare semplicemente qualcuno in grado di fare qualcosa di fuori dalla norma: questa è vera ricerca del talento.

 

Articolo scritto in collaborazione al progetto TalentUs